Giovanni Bartolozzi
LO SPAZIO SONORO

 


Il caos urbano, gli stridori del traffico, la sovrapposizione delle voci e i suoni ritmici degli agenti atmosferici sono parte integrante della percezione urbana. Una piazza silenziosa è deserta, vuota, senza vita. In una parola metafisica. Lo spazio urbano è permeato, inondato, posseduto dal suono urbano sicché la fruizione di uno spazio è assimilabile alla scena di un film, quindi definita dalla giustapposizione di due registri percettivi, quello dell'immagine spaziale e quello dell'effetto sonoro.
Quanto detto potrebbe sembrare scontato, ma contiene forse i presupposti per una riflessione sullo spazio sonoro o, meglio, sulle iniezioni sonore nello spazio urbano.

Nel mese di maggio si è inaugurata a Firenze l'installazione il Giardino Sonoro, La Limonaia dell'Imperialino, ideata e realizzata da Lorenzo Brusci, sound and acoustics designer e Stefano Passerotti, garden designer, con l'ausilio di un team d'esperti ma anche attraverso l'ideazione di un master aperto a studenti d'università italiane ed europee. Insomma, un vero e proprio laboratorio sperimentale per i giovani artisti, calato in una dimensione reale e non solo astratta e teorica come quella proposta dai molti master.
Sarebbe riduttivo e inutile descrivere l'installazione del giardino sonoro, poiché essa si caratterizza per la capacità di attivare nel visitatore sensazioni e stati d'animo non programmati, attraverso un processo d'immersione sonora e insieme naturalistica non riproducibili. Nato dall'intreccio d'esperienze e dallo scambio d'idee tra un esperto di musica contemporanea e un esperto di botanica - sotto l'auspicio di Risaliti e Bonito Oliva - esso rappresenta certo il più sperimentale e ingegnoso espediente artistico della città di Firenze e, nello specifico, dell'intera penisola.

Dentro il giardino, un ricco ventaglio d'espedienti e artigianali congegni consentono percezioni sonore diversificate, declinate sulla base di particolari condizioni fisiche, quali la presenza di uno stagno, la vicinanza di una strada rumorosa, la possibilità di una sosta, la disposizione o la forma delle piante. Il suono viene dunque lanciato in più direzioni, stirato lungo i passaggi, concentrato nelle soste, e ancora direzionato, diffuso e dosato a seconda delle esigenze. Piccoli altoparlanti mimetizzati, sottomessi alle specie vegetali o direzionati verso oggetti acusticamente modellati, come tubi e profili in policarbonato, generano un paesaggio artificiale sovrapposto, che vive in simbiosi a quello naturale. Naturale e artificiale si fondono per essere colti sottoforma di percezione unitaria.
Ibridare è senza dubbio la parola chiave di quest'installazione, poiché in essa è evidente il tentativo d'infrangere i limiti, i confini delle singole discipline artistiche nel tentativo di amalgamarle. In pratica il desiderio di concedere una forza estetica al suono, ma anche d'imprimere una spinta interiore, un'accelerazione sensoriale alla natura.

Ma di che musica si tratta? Al giardino sonoro non si ascolta musica compiuta o commercializzata. Si ascolta anzitutto musica non riconoscibile e non invasiva che, oltre ad interagire con la vegetazione, s'intesse al luogo fisico, all'ambiente, poiché da esso è generata attraverso processi di distorsione e metamorfosi su campioni registrati dal medesimo luogo: vere e proprie simulazioni di dinamiche ambientali. Le cadenze ritmiche vengono annullate e con queste ogni riferimento temporale si dissolve in flussi sonori continui e immersivi. Ne risulta un suono libero da vincoli temporali che diviene una suggestione spaziale non più circoscritta, non più occasionale ma permanente, potenzialmente abitabile, e soprattutto spaziante.
E' evidente che il Giardino Sonoro non è un'istallazione architettonica, tuttavia i suoni spazianti amalgamati al disegno del giardino definiscono uno spazio. Vi sono, infatti, molteplici convergenze con la nostra disciplina.

La fisica e la matematica, ci hanno chiarito nei dettagli, la struttura e le leggi che governano le onde sonore. Di queste sappiamo tutto quello che c'è da sapere ma, paradossalmente, non possiamo vederle. Lorenzo Brusci le vede, le immagina in movimento nello spazio così come un bravo architetto immagina e vede lo spazio prima di averlo restituito fisicamente. Questo è il primo denominatore comune che individua un ambito mentale condiviso, percepito da quanti sviluppano tensioni verso la creatività.
"Il nostro Giardino Sonoro, scrive Brusci, è un'oasi dove accordare e tentare un'armonizzazione della propria percezione della città. Una, dieci di queste oasi potrebbero risanare il caos acustico di una vasta area urbana. La memoria del suono, la percezione dell'invadenza acustica, complessivamente lo stato del proprio ascolto viene mutato dalla semplice presenza di articolazioni acustico-naturali". In questa chiave il giardino sonoro è uno strumento desideroso di sfidare la città, di mettersi alla prova in quel caos acustico che caratterizza lo scenario urbano. Ma come traslare il giardino sonoro in uno spazio urbano? In infiniti modi. Il suono (intendiamo il suono spaziante) potrebbe attirare e respingere persone, potrebbe generare e controllare i flussi, oppure esserne una conseguenza. Una piazza vuota, per esempio, potrebbe calamitare, attirare, incuriosire e svelarsi attraverso il suono. Occorre dunque scoprire la forza, la potenzialità del suono nel tratteggiare campi spaziali a forte valenza induttiva.

L'informatica, rappresenta poi, un punto centrale di convergenza. Essa ha aperto nuovi orizzonti anche alla ricerca musicale, primo tra tutti quello della propagazione del suono nello spazio. Sarebbe impensabile oggi il giardino sonoro senza la tecnologia digitale, malgrado questa non sia visibile. In questa cornice va comunque osservato che le perplessità riguardanti l'architettura e la musica e il loro rispettivo rapporto con l'informatica sono della stessa entità. Oggi è possibile raggiungere un certo livello di complessità formale affidandosi passivamente all'ausilio dei software, ricorrendo a operazioni di modellazione delle superfici. Allo stesso modo è possibile comporre un brano musicale affidandosi ai programmi di manipolazione e distorsione sonora. Il principio è identico, malgrado i linguaggi espressivi operino su differenti livelli percettivi, ma l'obiettivo principale da perseguire in questa fase storica è l'uso creativo dei software, intesi come infrastrutture per conseguire obiettivi reali, esigenze precise e meditate.
Infine il vero comune denominatore tra musica e architettura c'è lo suggerisce Lorenzo Brusci-"Io disegno il suono e progetto la mia musica affinché diventi uno stimolo per le relazioni umane, questo significa progettare suono vivibile". Ne siamo convinti: sono le relazioni umane il più vero e autentico volano dell'architettura.

Qual è allora l'essenza del giardino sonoro e come questa può essere veicolata, iniettata nelle nostre città? Il suono spaziante è senza dubbio il catalizzatore di questa sorprendente installazione fiorentina, la sua vera essenza. Per l'architettura, e soprattutto per quella italiana, è giunta l'ora dell'apertura interdisciplinare, un'apertura che non si esaurisca sul livello superficiale di un confronto teorico o di un capriccio intellettuale, ma che permei le fibre della forma, com'è accaduto in alcuni singoli, rari edifici. Il giardino sonoro dimostra che il suono spaziante, alla pari dei suggestivi effetti luminosi, è uno strumento potenziale per impreziosire, reificare, recuperare, restituire lo spazio architettonico e urbano. Il suono è pronto a sfidare le piazze, i quartieri e le periferie attraverso interventi leggeri ma efficaci, per questo proponiamo a Lorenzo Brusci e Stefano Passerotti una sfida, un altro sforzo: dopo il giardino sonoro, la piazza sonora.

Giovanni Bartolozzi