Francesca Pagnoncelli
PUBBLI-CITTA' OCCULTA


Accade da tempo che l'architettura e la città siano oggetto di rappresentazione filmica. La città industriale e la cinematografia nascono quasi contemporaneamente, si formano e si studiano a vicenda, si specchiano l'una nell'altra, si cibano delle stesse energie e dinamiche trasformative, sono frutto delle stesse contraddizioni insite in un progresso continuo, accelerato e diffuso. Accade invece, da qualche tempo, che l'architettura e la città siano quasi un'ossessione per un certo tipo di comunicazione televisiva. Per quanto riguarda i videoclip musicali il fatto che le caratteristiche generali del fenomeno siano state delineate nell'articolo "Clip in città" (D-La Repubblica delle donne, 19 febbraio 2002), è di per sé significativo, anche se in esso si analizza solo la visione positiva della metropoli e non l'interpretazione conflittuale comunque presente in questo tipo di produzioni. In Olanda, a Rotterdam, è in corso la mostra "Clip City", che tenta di fare un'analisi del fenomeno, già sviluppata però proprio in Italia durante le ultime tre edizioni del Festival di Architettura in Video di Firenze, nella sezione curata, ogni anno e anche il prossimo maggio, da Andrea Mi. Le scenografie urbane e architettoniche da teleschermo, prese nel loro insieme, determinano la costruzione di una sorta di pubbli-città: è una città mentale, utopica, virtuale; è una città universale, che attinge ad un immaginario collettivo allargato, transnazionale, che, con un'operazione da ready made, ricontestualizza elementi dalla realtà caricandoli di un nuovo significato. Nel caso degli spot l'analisi richiederebbe studi specifici e una pluralità di approcci disciplinari al problema (sociologico, filosofico, estetico, fotografico, comunicativo, ecc). Se ne tenta in questa sede una prima e approssimativa formulazione. Il trattamento delle immagini e la rappresentazione della condizione urbana e della tipologia architettonica nello spot pubblicitario, con il messaggio che ne segue, è uniforme ed omogenea. Scomparsi i prati in fiore, scomparso il mulino bianco, i paesaggi bucolici- tranne il "paese di tutti i giorni" dove il massimo crimine è il furto di merendine preconfezionate- gli spot ci presentano una realtà ideale fatta di ponti, di autostrade, grattacieli, piazze ordinate, spazi geometrici, architetture come sculture, volumi puri, superfici levigate e continue, materiali lisci, lucidi, tecnologici. La scena è costruita con sequenza di inquadrature fisse centrali e studiati scorci prospettici, che tendono a fare dell'architettura una quinta, della città un palco, in cui ogni elemento funge da motivo geometrico ordinatore dello spazio in cui si muovono automobili di ogni tipo, in cui si comunica con cellulari e si fanno affari via internet con palmari alla mano. E' una spazialità chiaramente edulcorata, ovviamente idealizzata, funzionalmente metafisica (non a caso l'Eur è una presenza continua a partire dalla pubblicità Infostrada del 2000 fino al recente spot Ingdirect) così da poter essere universalmente valida e riconoscibile. La città rappresentata coincide con la città reale: tunnel, gallerie, autostrade, sovrappassi, aree dismesse (locations preferite da spot di automobili) sono oggetti singolarmente concreti, ma vengono inseriti in un contesto di pulizia, silenzio e di luminosità uniforme e diafana che ci proietta idealmente in una dimensione futuribile, miracolosamente priva di traffico, di smog e di rumore. L'immagine on the road e in the city che la pubblicità, anche cartacea, propone è uno stimolo al vivere metropolitano, è l'inno al villaggio globale, alla concentrazione urbana, al viaggio continuo. E' il nuovo nomadismo raccontato da Marco Biraghi sul numero di gennaio di Casabella, la vita che si svolge tra silos, metropolitane, stazioni, aeroporti. E' l'elogio del movimento, del dinamismo- che spesso nella vita reale si trasforma in frenesia e stress. E' la corsa alla comunicazione, alla tecnologia, alla costruzione, allo sviluppo incondizionato, sulla terra, sotto e sopra di essa, senza regole se non quella del consumo, del "tutto e subito". E' il trionfo di un ordine efficentista, della razionale e funzionale organizzazione dello spazio in cui il flusso di beni, di persone, di informazioni e tecnologia possa meglio circolare e diventare criterio ordinatore della nostra esistenza. E' una nuova mitologia del progresso, una nuova mitologia antropocentrica che traspare da questo tipo di spazialità che elimina contraddizioni, disagi sociali, per giustificare un'etica del denaro che fa dell'estetica da teleschermo una delle sue armi vincenti. Con questa estetica e questa mitologia, che entra nelle case di tutti, senza distinzioni, gli architetti si devono confrontare, perché su di essa si forma la visione comune di architettura e di città contemporanea.

Francesca Pagnoncelli

 

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